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Un motivo in più per rimpiangere Henning Mankell

Stivali di gomma svedesi di Henning Mankell

L’arcipelago di Stoccolma è il più grande arcipelago della Svezia, con circa ventiquattromila isole di varie dimensioni che si diffondono nel mar Baltico, ad est della capitale Svedese. E’ su una di esse che vive Fredrik Welin, settantenne, medico in pensione che ha deciso di trascorrere in solitudine gli ultimi anni della sua vita, nella casa che era stata dei suoi nonni.
Ma, in una notte d’autunno, Welin viene svegliato da un improvviso bagliore: la casa sta andando a fuoco. Farà appena in tempo a mettersi in salvo, dopo di che resteranno solo macerie fumanti. Non solo non c’è più la casa, ma neppure quello che conteneva: mobili, oggetti, vestiario, suppellettili, ricordi di una vita. Un rapido inventario rende subito consapevole il protagonista del poco che gli rimane: una piccola barca, una roulotte, un paio di stivali di gomma, peraltro, entrambi per il piede sinistro.
E’ così che inizia Stivali di gomma svedesi ed è subito evidente che sarà la solitudine la vera protagonista di questo romanzo di Henning Mankell, pubblicato postumo, a poco più di un anno dalla morte. Non che Welin avesse fatto una scelta di vita “sociale”; già l’essersi rifugiato in una isoletta sperduta la dice lunga sul suo desiderio di ridurre al minimo i contatti con il resto del mondo: lunghe ore a contemplare il mare, brevi puntate a terra per l’acquisto del necessario, fugaci incontri con i pochi abitanti delle isole vicine, ancora più ridotti dalla fine dell’estate, quando molti isolani tornano in città. Ma, ora che è rimasto privo di (quasi) tutto, la solitudine di Welin appare ancora più profonda, così come diventa più disperata la constatazione dell’età raggiunta. Forse per la prima volta, Welin comincia ad avere consapevolezza di essere ormai un vecchio, di appartenere a una generazione che si va sempre più assottigliando, inevitabilmente destinata alla sparizione.
Certo, c’è una figlia da qualche parte del mondo. Ma si conoscono poco e non provano particolare affetto l’uno per l’altra.
Mankell (ma per chi lo conosce non è una sorpresa) è straordinario nel descrivere le giornate dell’ex medico subito dopo l’incendio. Il tentativo di riorganizzarsi, l’uso accorto delle poche cose rimastegli, la cauta ripresa dei contatti con i vicini che hanno partecipato al vano tentativo di spegnimento. Ma questo evento drammatico – e per ora inspiegabile – pare aver depositato una patina opaca anche sui pochi rapporti umani possibili. C’è un’aria di sospetto, lui stesso – ne è ben consapevole – potrebbe essere stato l’incendiario, visto che non si rinvengono tracce di cause naturali o accidentali del gigantesco falò.
L’inverno incalza, l’arcipelago diventa sempre più deserto e la solitudine diventa insostenibile. Fredrik stabilisce un tenue rapporto con la giornalista che ha ricevuto l’incarico di scrivere un servizio sull’incendio; è molto più giovane di lui che, irragionevolmente, immagina di poterla avere come partner sessuale. E ricompare anche la figlia che fa giusto in tempo a comunicargli di essere incinta, per poi sparire di nuovo.
E intanto, si avvertono inquietanti presenze nell’arcipelago e due nuovi incendi, se servono a scagionarlo definitivamente dal sospetto di essere il piromane, non migliorano l’atmosfera di pesante cupezza che grava sulle isole spazzate del vento. Non v’è dubbio che la natura sia l’altro grande protagonista di questo romanzo, una natura spesso inclemente e, tuttavia, capace in taluni momenti, di acquistare caratteristiche di inaspettata dolcezza, una dolcezza a volte abbagliante, a volte crepuscolare.
E così, mentre la morte viene a carpire altre vite nel microcosmo dell’arcipelago, Fredrik Welin ricostruisce lentamente la sua vita. Ora ha maggiore consapevolezza, sa che può ancora aspettarsi qualcosa; soprattutto, ha imparato a convivere con l’dea di una caducità che non è ipotetica ma è lì, insieme a lui, ogni giorno, ogni notte. E pur tuttavia…
Trovo commovente l’dea che Mankell, ormai già condannato dal male quando scriveva questo suo ultimo romanzo, sia riuscito a trasmetterci questo bel messaggio di speranza, splendidamente racchiuso nell’ultimo pensiero di Welin a chiusura della storia: “il buio non gli faceva più paura”.

 

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