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Il coraggio della vigliaccheria

Il rumore del tempo, di Julian Barnes

Ho sempre amato la musica di Šostakovič, con una spiccata predilezione per le opere cameristiche – particolarmente i quartetti per archi – rispetto a quelle sinfoniche, a mio giudizio maggiormente condizionate da esigenze di tipo celebrativo, “politiche” o, semplicemente, d’occasione. Per non parlare dell’esigenza, ahimè, di compiacere il regime o di farsi perdonare qualche imprudenza o qualche lavoro giudicato troppo formalista, cosmopolita e sinistrorso. Della vicenda umana del musicista devo confessare di non essermi mai troppo occupato. Sapevo che la sua prima opera, Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk, dopo un iniziale successo di pubblico era finita nel mirino dello stesso Stalin: “Caos anziché musica”, titolò la Pravda, ed era evidente che l’articolo fosse diretta emanazione del Grande Timoniere (se non proprio scritto da lui) ed una seria premessa al definitivo ostracismo dal mondo musicale sovietico. Dall’impossibilità di comporre, alla cacciata dall’associazione dei musicisti sovietici, alla Siberia, alla morte.
Furono quelli i giorni in cui Šostakovič passava le notti sul pianerottolo di casa, completamente vestito e con la valigetta con l’occorrente ai piedi. Se fossero venuti a prenderlo avrebbe risparmiato ai suoi familiari lo strazio dell’arresto. E poi c’era una superstizione: si diceva che chi veniva, portato via già pronto e con la borsa aveva maggiori probabilità di tornare rispetto a chi usciva di casa in pigiama, strappato dal proprio letto. Ma Šostakovič non fu preso quella volta. E nemmeno in seguito, in verità.
La sua vita proseguì fino al 1975, l’anno della scomparsa, tra alti e bassi – come a tutti, del resto – anzi, circondato da una considerazione sempre maggiore e colmato di incarichi e di riconoscimenti, in patria e all’estero. Con la morte di Stalin (1953) i rapporti con il potere erano andati subito meglio, anche se, scomparso il grande capo, non erano scomparsi con lui i tanti servi dell’apparato che continuavano imperterriti ad occupare posti importanti e di grande rilievo. Kruscev segnò l’inizio del disgelo e Šostakovič non si sottrasse quando gli fu chiesto di iscriversi al Partito Comunista e di assumere l’incarico di Segretario della Lega dei Compositori. Un fatto è però certo: il giudizio che di lui davano i contemporanei erano quanto mai altalenanti. Talvolta veniva giudicato conformista all’estero e musicista del regime in patria, altre volte, fuori dalla Russia veniva considerato una sorta di dissidente e un pericoloso sovversivo a casa propria. Certo, i compromessi e le contraddizioni erano tante e, in questo, Barnes può avere ragione quando afferma che il musicista è sempre vissuto sul baratro di un abisso di paura e di umiliazione.
Il rumore del tempo è a metà strada tra il romanzo e il saggio ed è un libro che senza dubbio pone delle domande. Una, soprattutto. Come si giudica la vita di un artista? E’ importante che negli Stati Uniti, in occasione di un viaggio ufficiale, Šostakovič abbia pronunciato (o qualcuno abbia letto a suo nome) un duro intervento contro Stravinskij, che pure (a suo dire) ammirava incondizionatamente? E’ importante che Šostakovič, in pieno zdanovismo, ritrattasse tutte le sue idee e si accusasse di formalismo, impegnandosi, per il futuro, a scrivere solo musica “per il popolo”?
La verità (come Barnes fa dire a Šostakovič) è che essere un vigliacco non è facile. “Molto più facile essere un eroe. A un eroe basta mostrarsi coraggioso per un istante: quando estrae la pistola, quando lancia la bomba, attiva il detonatore, fa fuori il tiranno e poi se stesso. Essere un vigliacco significa invece imbarcarsi in un’impresa che dura tutta la vita. Richiede costanza, fermezza, impegno a non cambiare, il che si risolve in una certa qual forma di coraggio”.
Šostakovič si è lasciato vivere, spesso limitandosi a prendere le distanze, sperando che ciò fosse sufficiente a far sapere a tutti quale fosse il suo vero pensiero. Non è stato sufficiente e di ciò, forse, è stato sempre consapevole. Soffrendone. Ma siamo nel campo delle ipotesi e mi chiedo se tante interpretazioni dello stesso Barnes, pur supportate da alcune autorevoli fonti, siano da considerarsi veritiere o meramente funzionali alla narrazione romanzesca.
Ma, alla fin fine, non importa. A me non importa. Continuerò ad ascoltare e ad amare Šostakovič senza farmi disturbare dal rumore del tempo: per me parlerà soltanto la sua musica e nient’altro.

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