Archivi tag: Ibernazione

Tutti vogliono possedere la fine del mondo

Zero K di Don DeLillo

Zero K sta per zero gradi della scala Kelvin, lo zero assoluto, la temperatura più fredda che sia possibile raggiungere. E’ a questa temperatura che – almeno nell’immaginario di DeLillo – andrebbero posti i corpi umani destinati al congelamento per poi risvegliarli, un certo numero di anni (decenni, secoli?) dopo, quando le nuove frontiere della scienza e della medicina avranno trovato soluzione ai tanti malanni che affliggono l’uomo. Una sorta di immortalità, se non proprio la sconfitta della morte.

L’idea non è originale. Già ora esistono alcune Società, per lo più americane, presso le quali è possibile farsi ibernare in attesa di tempi migliori e mi pare di ricordare che anche alcuni italiani, necessariamente danarosi, abbiano stipulato un oneroso contratto per ottenere tale servizio. Il problema, pare, sta tutto nei tempi: dal momento del decesso all’inizio del processo di congelamento non possono passare più di due minuti. Invece, nel mondo di DeLillo, la società che si occupa del processo, Convergence, non ha di questi problemi: lì è possibile avviare l’ibernazione anche senza essere morti o, per meglio dire, si può decidere di morire per acquistare questa sorta di immortalità.

E’ quello che capita alla seconda moglie del magnate Ross Lochkart, Artis, sfiancata da una malattia degenerativa, ma dopo poco, lo stesso miliardario la raggiungerà, impossibilitato a vivere senza di lei. Testimone e voce narrante, il figlio di Ross, Jeffrey Lockhart, un uomo ben diverso dal padre, convinto che vivere significhi anche accettare la morte e, perciò, assolutamente contrario alla scelta paterna, anche se non vi si opporrà in maniera ultimativa.

La prima parte del romanzo si svolge nella base segreta di Convergence, in una sperduta landa del Kazakistan: Ross e Jeffrey sono lì per assistere alla “dipartita” di Artis, ma tutta questa parte offre a DeLillo l’occasione per esporre le sue idee sulla vita e sulla morte: “Siamo nati senza sceglierlo. Dovremmo morire nello stesso modo? La gloria dell’uomo non è rifiutarsi di accettare un destino sicuro?”. E’ questa la parte che potremmo definire come la più “fantascientifica” del romanzo, quella che ha fatto storcere il naso ad alcuni critici.

La seconda parte, dopo un brevissimo raccordo in cui DeLillo prova a descrivere lo stato di coscienza sospeso di Artis, si svolge quasi tutta a New York e sembra finalizzata soprattutto a dimostrare quanto Jeffrey sia diverso dal padre: nelle piccole manie del giovane Lockhart, nelle sue idiosincrasie, nel suo desiderio di costringere la realtà attraverso gli oggetti che la compongono, sta tutto lo smarrimento dell’uomo d’oggi, braccato dalla tecnologia, incapace di reggerne tutte le implicazioni, minacciato da un immanente stato di disastro. Per quanto Ross sembra intenzionato a tenere saldamente in pugno la sua vita (e la sua morte), Jeff appare come un “uomo senza forma”, condannato alla vaghezza dei fini e delle motivazioni.

In realtà, lo stesso disaccordo per la scelta suicida del padre non si realizzerà in nulla di concreto e Ross verrà ibernato e incapsulato accanto alla sua amata Artis.

Non mancano pagine di grande fascino. Tutta la parte che si svolge in Convergence è estremamente suggestiva e sottilmente angosciosa: gli immensi corridoi deserti, le porte che non conducono da nessuna parte, gli enormi schermi che emergono dai muri per rappresentare immani catastrofi ma senza sonoro, un’aria rarefatta da clinica zen. Molti gli interrogativi, spesso senza risposta.

Insomma, un buon libro, ma non certo il capolavoro come ci è stato presentato da una parte della critica.

Lascia un commento

Archiviato in Senza categoria