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La giungla nell’orto

Disegnare il vento. L’ultimo viaggio del capitano Salgari, di Ernesto Ferrero

I primi due libri della mia vita, regalatimi quando ancora non sapevo leggere, furono di Emilio Salgari. Li ricordo perfettamente, malgrado il consistente numero di anni trascorsi da quella Epifania: Il re del mare e I predoni del Sahara. Era un’epoca in cui i libri per ragazzi non erano così belli e bene illustrati come oggi; una carta grigina, pochi disegni, per lo più in bianco e nero e solo le copertine, almeno quelle, a colori, a darti un’idea del contenuto del libro. E su quelle due copertine, ricordo, lungamente fantasticai, pregustando il momento in cui avrei potuto finalmente affrontare quelle storie che mia madre aveva più volte iniziato a leggermi, ma mai terminato.
Poi, col passare degli anni, ne ho letti tanti altri di romanzi di Salgari e anche adesso, più che adulto, mi sono comprato un’antologia con le avventure di Sandokan. Da ragazzo, l’autore era per me (ma anche per tanti miei amici) un personaggio mitico: l’aura esotica e misteriosa che lo scrittore aveva saputo creare intorno a sé era ancora forte, malgrado oltre mezzo secolo fosse passato dalla sua morte. Poi, come tutti i miti, anche quello di Salgari, almeno per me, crollò rovinosamente; scoprii che non aveva per nulla viaggiato, che i luoghi meravigliosi di cui ci aveva ampiamente raccontato non li aveva mai visti; e così gli strani animali esotici con cui ci aveva stupito non erano che pure invenzioni, sostenute da periodiche visite in biblioteca. Perché era la biblioteca la fonte primaria delle sue informazioni, il luogo in cui avevano preso forma i suoi personaggi e le loro mirabolanti avventure.
Scoprii anche – e questo mi addolorò particolarmente – che era morto povero. E suicida. E che sorte migliore non ebbero i suoi figli. Insomma, il fallimento totale di una vita. Ma non per questo, Salgari mi fu meno caro, anzi, mi parve ancor più titanico e generoso il suo sforzo di dare a noi ragazzi il piacere di tante scoperte e a farci credere nel valore del coraggio, dell’onestà, della lealtà e dei tanti sentimenti positivi che animavano i suoi personaggi.
E’ stato, quindi, una specie di ritorno a casa la lettura di questo bellissimo Disegnare il vento di Ernesto Ferrero. Una biografia a più voci, tenera, appassionata, spesso malinconica, assolutamente fedele nel restituire l’immagine di uno scrittore che si era fatto portare via dalla sua stessa fantasia ed aveva costruito intorno a sé una leggenda alla quale, da un certo momento in poi, aveva finito lui stesso per credere.
Molto divertenti i suoi giudizi sulla contemporaneità, che non gli piaceva molto. Dalla sua opinione sulle automobili, destinate a una rapida obsolescenza, a quella sull’Esposizione Universale, un inutile spreco di denaro. Netta l’opinione su De Amicis: un socialista di comodo che aveva scritto un libro, Cuore, pieno di buoni sentimenti, fatto apposta per tranquillizzare le coscienze di chi non era né buono, né generoso, né onesto come i “santini” che lui aveva tratteggiato.
Non ci si doveva certo annoiare a vivere con il Capitano, come gli piaceva farsi chiamare, tra travestimenti, messe in scena, avventure strepitose tra gli orti sotto casa, trasformati in pezzi di jungla nera. La moglie, che pure era stata una attrice, ne impazzì. Ma questa è un’altra storia.
Insomma, un libro che tutti coloro che hanno amato Salgari – anche solo un pochino – dovrebbero leggere.

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