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Invettiva, paranoia e vittimismo

 Lettere agli editori, di Louis-Ferdinand Céline

Malgrado, prima di iniziare la lettura delle Lettere agli editori, avessi avuto modo di consultare alcune recensioni – tra queste, quella di Massimo Raffaeli, pubblicata su Alias, supplemento domenicale de Il manifesto – sono rimasto non di meno sconcertato (a dir poco) dal concentrato di livore e vittimismo che Céline mette insieme nelle sue missive a coloro che hanno avuta la ventura di pubblicarlo.
Ora, può darsi che io abbia una visione del rapporto autore-editore viziata da una sorta di “idealismo”, ma ho sempre immaginato che, accanto alle inevitabili questioni di ordine meramente pratico-amministrativo (tirature, diritti, anticipi, pagamenti e così via) un posto importante dovesse essere occupato anche da problemi di carattere squisitamente letterario: con chi, se non con il proprio editore, lo scrittore può discutere dei contenuti della propria opera, forse anche dello stile, non fosse altro che per tenere sotto osservazione i gusti del pubblico dei lettori, l’andamento del mercato e altre problematiche del genere.
Ebbene, nulla di tutto questo con Céline. Nelle circa duecento lettere egregiamente raccolte da Martina Cardelli per Quodlibet nulla vi è se non un pertinace, ossessivo ribattere sempre sulle stesse questioni: i soldi sempre pochi, la permanente truffa ai suoi danni, le tirature sottostimate per meglio fregarlo, le edizioni sottobanco che gli sottraggono incassi e via di questo passo. Lo stile è greve, spesso volgare, pieno di invettive e di allusioni sessiste; non mancano le battute antisemite (giudeo e culattone), neppure nel periodo (gli anni ’50 del secolo scorso) in cui pochi amici tentavano di tirarlo fuori dall’accusa di alto tradimento che lo avrebbe inevitabilmente condotto al patibolo.
Le lettere sono raggruppate in tre periodi e tre sono i principali editori-interlocutori. Dal ’32 agli inizi della Seconda Guerra Mondiale, editore Denoel; gli anni della fuga da Parigi e dell’esilio in Norvegia, fino a ’51, quando il principale interlocutore fu Pierre Monnier, che gli fece da editore clandestino e lo traghettò verso il rientro in patria; infine, il periodo dal ’51, anno dell’amnistia, fino alla morte, con il passaggio tanto vagheggiato alle edizioni Gallimard e alla sua famosa Pléiade.
Ebbene, passano gli anni – e molti – ma il tono non cambia: un misto di vittimismo, risentimento, rancore, autentico livore verso tutto e tutti. L’insieme alternato da brevi momenti di disgustoso servilismo, quando a Céline sembra di aver trovato un interlocutore con il quale immagina di potersi intendere e, soprattutto, del quale ritiene di aver bisogno. Penso, ad esempio, al già citato Pierre Monnier che negli anni più bui si dedicò interamente alla causa dello scrittore e si prodigò in mille artifizi per tener viva la sua immagine, così deteriorata dalle accuse di tradimento e intelligenza col nemico, e curò la pubblicazione delle sue opere pur tra innumerevoli difficoltà. Ebbene, anche Monnier ebbe il fatto suo e, in particolare, l’accusa di averlo imbrogliato e di aver fatto i soldi alle sue spalle.
Sorte migliore non tocca a Gaston Gallimard: “papa rosso, frocio, gaullista”. E pensare che il celebre editore gli aveva aperto le porte della Pléiade, cosa rara per un autore vivente!
Non mancano le ingiurie nei confronti di altri scrittori ed intellettuali, primo fra tutti, Jean-Paul Sartre che lo aveva duramente accusato di antisemitismo e di simpatie (a dir poco) per i nazisti. Ancora una volta l’arma di Céline è la bassa insinuazione: non contesta al padre dell’esistenzialismo le sue accuse, ma tenta di gettare fango ricordando che il suo (di Sartre) dramma Le mosche andò in scena nel 1943, in piena occupazione tedesca di Parigi. Come mai gli fu permesso? lasciando intendere inconfessabili connivenze.
A lettura ultimata, un pensiero sicuramente banale: deve essere stato ben infelice un uomo siffatto. Incapace di qualsiasi empatia, chiuso perennemente in un sordo livore, convinto di essere costantemente sfruttato, lui, un uomo semplice, un operario, come amava definirsi, uno che non perdeva tempo in cocktail, in vacanze, in lussuosi ozi. Tutti a sue spese, naturalmente.
Com’è possibile che un uomo del genere abbia scritto un capolavoro assoluto come Viaggio al termine della notte, resta per me un mistero, ancor più se si considera che fu un’opera frutto di un’ispirazione che, come scrive Raffaeli, “si manifesta per rigurgiti di odio”.

 

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