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Invettiva, paranoia e vittimismo

 Lettere agli editori, di Louis-Ferdinand Céline

Malgrado, prima di iniziare la lettura delle Lettere agli editori, avessi avuto modo di consultare alcune recensioni – tra queste, quella di Massimo Raffaeli, pubblicata su Alias, supplemento domenicale de Il manifesto – sono rimasto non di meno sconcertato (a dir poco) dal concentrato di livore e vittimismo che Céline mette insieme nelle sue missive a coloro che hanno avuta la ventura di pubblicarlo.
Ora, può darsi che io abbia una visione del rapporto autore-editore viziata da una sorta di “idealismo”, ma ho sempre immaginato che, accanto alle inevitabili questioni di ordine meramente pratico-amministrativo (tirature, diritti, anticipi, pagamenti e così via) un posto importante dovesse essere occupato anche da problemi di carattere squisitamente letterario: con chi, se non con il proprio editore, lo scrittore può discutere dei contenuti della propria opera, forse anche dello stile, non fosse altro che per tenere sotto osservazione i gusti del pubblico dei lettori, l’andamento del mercato e altre problematiche del genere.
Ebbene, nulla di tutto questo con Céline. Nelle circa duecento lettere egregiamente raccolte da Martina Cardelli per Quodlibet nulla vi è se non un pertinace, ossessivo ribattere sempre sulle stesse questioni: i soldi sempre pochi, la permanente truffa ai suoi danni, le tirature sottostimate per meglio fregarlo, le edizioni sottobanco che gli sottraggono incassi e via di questo passo. Lo stile è greve, spesso volgare, pieno di invettive e di allusioni sessiste; non mancano le battute antisemite (giudeo e culattone), neppure nel periodo (gli anni ’50 del secolo scorso) in cui pochi amici tentavano di tirarlo fuori dall’accusa di alto tradimento che lo avrebbe inevitabilmente condotto al patibolo.
Le lettere sono raggruppate in tre periodi e tre sono i principali editori-interlocutori. Dal ’32 agli inizi della Seconda Guerra Mondiale, editore Denoel; gli anni della fuga da Parigi e dell’esilio in Norvegia, fino a ’51, quando il principale interlocutore fu Pierre Monnier, che gli fece da editore clandestino e lo traghettò verso il rientro in patria; infine, il periodo dal ’51, anno dell’amnistia, fino alla morte, con il passaggio tanto vagheggiato alle edizioni Gallimard e alla sua famosa Pléiade.
Ebbene, passano gli anni – e molti – ma il tono non cambia: un misto di vittimismo, risentimento, rancore, autentico livore verso tutto e tutti. L’insieme alternato da brevi momenti di disgustoso servilismo, quando a Céline sembra di aver trovato un interlocutore con il quale immagina di potersi intendere e, soprattutto, del quale ritiene di aver bisogno. Penso, ad esempio, al già citato Pierre Monnier che negli anni più bui si dedicò interamente alla causa dello scrittore e si prodigò in mille artifizi per tener viva la sua immagine, così deteriorata dalle accuse di tradimento e intelligenza col nemico, e curò la pubblicazione delle sue opere pur tra innumerevoli difficoltà. Ebbene, anche Monnier ebbe il fatto suo e, in particolare, l’accusa di averlo imbrogliato e di aver fatto i soldi alle sue spalle.
Sorte migliore non tocca a Gaston Gallimard: “papa rosso, frocio, gaullista”. E pensare che il celebre editore gli aveva aperto le porte della Pléiade, cosa rara per un autore vivente!
Non mancano le ingiurie nei confronti di altri scrittori ed intellettuali, primo fra tutti, Jean-Paul Sartre che lo aveva duramente accusato di antisemitismo e di simpatie (a dir poco) per i nazisti. Ancora una volta l’arma di Céline è la bassa insinuazione: non contesta al padre dell’esistenzialismo le sue accuse, ma tenta di gettare fango ricordando che il suo (di Sartre) dramma Le mosche andò in scena nel 1943, in piena occupazione tedesca di Parigi. Come mai gli fu permesso? lasciando intendere inconfessabili connivenze.
A lettura ultimata, un pensiero sicuramente banale: deve essere stato ben infelice un uomo siffatto. Incapace di qualsiasi empatia, chiuso perennemente in un sordo livore, convinto di essere costantemente sfruttato, lui, un uomo semplice, un operario, come amava definirsi, uno che non perdeva tempo in cocktail, in vacanze, in lussuosi ozi. Tutti a sue spese, naturalmente.
Com’è possibile che un uomo del genere abbia scritto un capolavoro assoluto come Viaggio al termine della notte, resta per me un mistero, ancor più se si considera che fu un’opera frutto di un’ispirazione che, come scrive Raffaeli, “si manifesta per rigurgiti di odio”.

 

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Abito un pianeta doloroso, trasparente, come di ghiaccio, ma che non nasconde niente

 

Frida di Sébastien Perez e Benjamin Lacombe

In quasi tutte le schede che presentano questo bellissimo libro su Frida Kahlo viene precisato che si tratta di un’opera per ragazzi a partire dai sette anni di età. E’, a mio avviso, una indicazione fuorviante. E’ pur vero che non viene precisato qual è l’età massima per poter godere al meglio di questo volume – quindi, va bene anche per un centenario – ma, comunque, lo si colloca nella categorie delle opere “per ragazzi”. Forse, i recensori si fono fatti ingannare dalla circostanza che si tratta di un libro con le “figure” e che l’autore, Benjamin Lacombe, ha prodotto molti volumi dedicati ad un pubblico giovanile. Ma, nel caso di Frida, credo che il target giusto sia proprio quello degli adulti o, almeno, di ragazzi “accompagnati”. Naturalmente, si immagina una fruizione (brutta parola) che passa attraverso alle sfumature dolorose che hanno caratterizzato la vita dell’artista messicana.
Ad ogni modo, è un libro illustrato, molto bene illustrato in verità, e chi ha apprezzato altre opere di Lacombe sa bene quale ricchezza di forme, di colori e di suggestioni questo autore riesca a far convogliare sulla tavola disegnata. Quindi, se così posso esprimermi, il godimento è assicurato. Per tutti.

Ma poi, in sottofondo, c’è la vita di Frida e i nove capitoli in cui è stata divisa in questo libro: l’incidente, la medicina, la terra, la fauna, l’amore, la morte, la maternità, la colonna spezzata, la posterità. Nove, appunto, numero magico e propiziatorio per i Maya, e non tutti facilmente digeribili…
Si snoda così, per brevi flash illuminanti, una intera vita trascorsa all’insegna della sofferenza e di brevi, struggenti momenti di felicità. Dall’incidente che, se non l’ha uccisa, ne ha condizionato pesantemente l’esistenza, all’amore così perturbante per Diego Rivera; dal desiderio insaziato di maternità, al rapporto con la terra che lei, Frida, non percorre ma sorvola.
I disegni di Lacombe, che potrebbero essere stati direttamente creati da Frida Kahlo, sono un trionfo di colori, di fiori, di suggestioni caraibiche, ma sono anche un’esposizione di corpi, di viscere, di cuori palpitanti, di animali trafitti.
Frida, come ha sottolineato lo stesso Lacombe, rappresenta la forza, la passione, il coraggio ed è un punto di riferimento per tutti coloro che si trovano in difficoltà, una donna che, al di là di tutto, amava immensamente e incessantemente la vita.

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Autobiografia, non-fiction, guida letteraria?

Absolutely Nothing, di Giorgio Vasta e Ramak Fazel

 

Sarebbe riduttivo definire Absolutely Nothing come il semplice resoconto di un viaggio. Il bel libro di Giorgio Vasta (e di Ramak Fazel) è molto di più. E’ il racconto di un itinerario dentro uno dei luoghi più tipici dell’immaginario americano, il deserto. E’ la descrizione straniante di un percorso in cui si annullano i confini spaziotemporali, la ricostruzione di una narrazione che mediante il cinema, la musica, la letteratura, attraversa da decenni il mondo occidentale e lo pervade.
Ma procediamo con ordine. Per quindici giorni, Giorgio Vasta, il fotografo americano di origini iraniane Ramak Fazel e Giovanna Silva (chiamata sempre ed esclusivamente con il solo cognome) percorrono ottomila chilometri a bordo di una jeep Chrysler, attraversando California, Arizona, Nevada, New Mexico, Texas e Lousiana. I luoghi sono quelli dell’abbandono, della dismissione, dello sfascio, della rottamazione. Le notti trascorrono in motel dai nomi improbabili, moderatamente puliti, moderatamente economici, moderatamente ospitali: forse, molti di loro oggi non ci sono più.
L’itinerario è preciso: una sorta di repertorio di quello che la civiltà americana ha deciso di escludere dal proprio orizzonte economico e produttivo: ghost town calcinate dal sole, improbabili musei dedicati agli UFO, parchi giochi che arrugginiscono sotto la sabbia del deserto, cimiteri di aeroplani che si sfasciano lentamente. I tre viaggiatori hanno ruoli diversi e complementari. Vasta non vuole sapere, si tiene in disparte, la sua narrazione procede per approcci “laterali”, per considerazioni che, spesso, appaiono avulse dal contesto. Quella che informa è Silva, a furia di iPad sempre a portata di mano e di collegamenti a Wikipedia. Ramak è il tipo simpatico, sbracato e un po’ fuori di testa, l’unico, forse, a dare un senso reale a tutto il viaggio. Ed è con lui che Vasta intrattiene dialoghi che – al di là di una notevole cifra surreale – sono uno dei momenti più godibili del libro.
Penso, ad esempio, alla conversazione sul vero senso del viaggiare: il viaggio per arricchirsi, per incorporare, per prendere come sostiene Ramak. Non si prendono ad esempio le fotografie? Ma Vasta ribalta la definizione. Un viaggio non è una battuta di caccia, né il catalogo di ciò che si riesce ad afferrare; non bisogna essere predatori ma prede: solo la preda conosce davvero.

Poi ci sono gli incontri con i “locali”, personaggi piuttosto che persone, che se ne stanno lì, irrigidite nei propri ruoli, ognuno con la sua storia, la sua memoria, la sua testimonianza, pronti a ripeterle a chiunque voglia ascoltare, sempre uguali, sempre le stesse. Anch’essi incorporati al paesaggio.
A proposito dell’essere prede non si può non fare un veloce riferimento ad un’altra presenza che incombe un po’ su tutto il viaggio: la famiglia antropofaga. Un uomo, una donna, due bambini, un vecchio (forse il nonno?) che ci spiano da lontano, che aspettano, pronti a colpire e a cibarsi delle nuove prede umane (noi), in un trionfo di orrore e di splatter. Non appariranno mai, ma sono sempre stati sullo sfondo.
C’è ancora da dire che il libro procede secondo un suo andamento. Una sorta di diario cronologico si dipana giorno per giorno, ma non bisogna fidarsi troppo. Ad intervallare, ci sono le conversazioni via Skype tra Vasta e Ramak, effettuate anche ad una anno dalla fine del viaggio. E poi c’è anche una finta fine: ok siamo ad Houston, da lì parte l’aereo che ci riporta a casa…e poi tutto ricomincia da capo, ripercorrendo strade già calpestate o svelando episodi nascosti, come un’incursione illegale dietro il confine messicano.
Le foto, purtroppo, sono insoddisfacenti. Sia quelle in bianco e nero che punteggiano il testo, sia, in appendice, quelle a colori di Ramak sono troppo piccole per offrire davvero sostegno alla narrazione. Ma, forse, è giusto che sia così se è vero che Vasta, nel corso di tutto il viaggio e della sua narrazione non ha fatto altro che cercare, programmaticamente, di sabotare le forme oggettive del racconto dei fatti.

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Il coraggio della vigliaccheria

Il rumore del tempo, di Julian Barnes

Ho sempre amato la musica di Šostakovič, con una spiccata predilezione per le opere cameristiche – particolarmente i quartetti per archi – rispetto a quelle sinfoniche, a mio giudizio maggiormente condizionate da esigenze di tipo celebrativo, “politiche” o, semplicemente, d’occasione. Per non parlare dell’esigenza, ahimè, di compiacere il regime o di farsi perdonare qualche imprudenza o qualche lavoro giudicato troppo formalista, cosmopolita e sinistrorso. Della vicenda umana del musicista devo confessare di non essermi mai troppo occupato. Sapevo che la sua prima opera, Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk, dopo un iniziale successo di pubblico era finita nel mirino dello stesso Stalin: “Caos anziché musica”, titolò la Pravda, ed era evidente che l’articolo fosse diretta emanazione del Grande Timoniere (se non proprio scritto da lui) ed una seria premessa al definitivo ostracismo dal mondo musicale sovietico. Dall’impossibilità di comporre, alla cacciata dall’associazione dei musicisti sovietici, alla Siberia, alla morte.
Furono quelli i giorni in cui Šostakovič passava le notti sul pianerottolo di casa, completamente vestito e con la valigetta con l’occorrente ai piedi. Se fossero venuti a prenderlo avrebbe risparmiato ai suoi familiari lo strazio dell’arresto. E poi c’era una superstizione: si diceva che chi veniva, portato via già pronto e con la borsa aveva maggiori probabilità di tornare rispetto a chi usciva di casa in pigiama, strappato dal proprio letto. Ma Šostakovič non fu preso quella volta. E nemmeno in seguito, in verità.
La sua vita proseguì fino al 1975, l’anno della scomparsa, tra alti e bassi – come a tutti, del resto – anzi, circondato da una considerazione sempre maggiore e colmato di incarichi e di riconoscimenti, in patria e all’estero. Con la morte di Stalin (1953) i rapporti con il potere erano andati subito meglio, anche se, scomparso il grande capo, non erano scomparsi con lui i tanti servi dell’apparato che continuavano imperterriti ad occupare posti importanti e di grande rilievo. Kruscev segnò l’inizio del disgelo e Šostakovič non si sottrasse quando gli fu chiesto di iscriversi al Partito Comunista e di assumere l’incarico di Segretario della Lega dei Compositori. Un fatto è però certo: il giudizio che di lui davano i contemporanei erano quanto mai altalenanti. Talvolta veniva giudicato conformista all’estero e musicista del regime in patria, altre volte, fuori dalla Russia veniva considerato una sorta di dissidente e un pericoloso sovversivo a casa propria. Certo, i compromessi e le contraddizioni erano tante e, in questo, Barnes può avere ragione quando afferma che il musicista è sempre vissuto sul baratro di un abisso di paura e di umiliazione.
Il rumore del tempo è a metà strada tra il romanzo e il saggio ed è un libro che senza dubbio pone delle domande. Una, soprattutto. Come si giudica la vita di un artista? E’ importante che negli Stati Uniti, in occasione di un viaggio ufficiale, Šostakovič abbia pronunciato (o qualcuno abbia letto a suo nome) un duro intervento contro Stravinskij, che pure (a suo dire) ammirava incondizionatamente? E’ importante che Šostakovič, in pieno zdanovismo, ritrattasse tutte le sue idee e si accusasse di formalismo, impegnandosi, per il futuro, a scrivere solo musica “per il popolo”?
La verità (come Barnes fa dire a Šostakovič) è che essere un vigliacco non è facile. “Molto più facile essere un eroe. A un eroe basta mostrarsi coraggioso per un istante: quando estrae la pistola, quando lancia la bomba, attiva il detonatore, fa fuori il tiranno e poi se stesso. Essere un vigliacco significa invece imbarcarsi in un’impresa che dura tutta la vita. Richiede costanza, fermezza, impegno a non cambiare, il che si risolve in una certa qual forma di coraggio”.
Šostakovič si è lasciato vivere, spesso limitandosi a prendere le distanze, sperando che ciò fosse sufficiente a far sapere a tutti quale fosse il suo vero pensiero. Non è stato sufficiente e di ciò, forse, è stato sempre consapevole. Soffrendone. Ma siamo nel campo delle ipotesi e mi chiedo se tante interpretazioni dello stesso Barnes, pur supportate da alcune autorevoli fonti, siano da considerarsi veritiere o meramente funzionali alla narrazione romanzesca.
Ma, alla fin fine, non importa. A me non importa. Continuerò ad ascoltare e ad amare Šostakovič senza farmi disturbare dal rumore del tempo: per me parlerà soltanto la sua musica e nient’altro.

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La giungla nell’orto

Disegnare il vento. L’ultimo viaggio del capitano Salgari, di Ernesto Ferrero

I primi due libri della mia vita, regalatimi quando ancora non sapevo leggere, furono di Emilio Salgari. Li ricordo perfettamente, malgrado il consistente numero di anni trascorsi da quella Epifania: Il re del mare e I predoni del Sahara. Era un’epoca in cui i libri per ragazzi non erano così belli e bene illustrati come oggi; una carta grigina, pochi disegni, per lo più in bianco e nero e solo le copertine, almeno quelle, a colori, a darti un’idea del contenuto del libro. E su quelle due copertine, ricordo, lungamente fantasticai, pregustando il momento in cui avrei potuto finalmente affrontare quelle storie che mia madre aveva più volte iniziato a leggermi, ma mai terminato.
Poi, col passare degli anni, ne ho letti tanti altri di romanzi di Salgari e anche adesso, più che adulto, mi sono comprato un’antologia con le avventure di Sandokan. Da ragazzo, l’autore era per me (ma anche per tanti miei amici) un personaggio mitico: l’aura esotica e misteriosa che lo scrittore aveva saputo creare intorno a sé era ancora forte, malgrado oltre mezzo secolo fosse passato dalla sua morte. Poi, come tutti i miti, anche quello di Salgari, almeno per me, crollò rovinosamente; scoprii che non aveva per nulla viaggiato, che i luoghi meravigliosi di cui ci aveva ampiamente raccontato non li aveva mai visti; e così gli strani animali esotici con cui ci aveva stupito non erano che pure invenzioni, sostenute da periodiche visite in biblioteca. Perché era la biblioteca la fonte primaria delle sue informazioni, il luogo in cui avevano preso forma i suoi personaggi e le loro mirabolanti avventure.
Scoprii anche – e questo mi addolorò particolarmente – che era morto povero. E suicida. E che sorte migliore non ebbero i suoi figli. Insomma, il fallimento totale di una vita. Ma non per questo, Salgari mi fu meno caro, anzi, mi parve ancor più titanico e generoso il suo sforzo di dare a noi ragazzi il piacere di tante scoperte e a farci credere nel valore del coraggio, dell’onestà, della lealtà e dei tanti sentimenti positivi che animavano i suoi personaggi.
E’ stato, quindi, una specie di ritorno a casa la lettura di questo bellissimo Disegnare il vento di Ernesto Ferrero. Una biografia a più voci, tenera, appassionata, spesso malinconica, assolutamente fedele nel restituire l’immagine di uno scrittore che si era fatto portare via dalla sua stessa fantasia ed aveva costruito intorno a sé una leggenda alla quale, da un certo momento in poi, aveva finito lui stesso per credere.
Molto divertenti i suoi giudizi sulla contemporaneità, che non gli piaceva molto. Dalla sua opinione sulle automobili, destinate a una rapida obsolescenza, a quella sull’Esposizione Universale, un inutile spreco di denaro. Netta l’opinione su De Amicis: un socialista di comodo che aveva scritto un libro, Cuore, pieno di buoni sentimenti, fatto apposta per tranquillizzare le coscienze di chi non era né buono, né generoso, né onesto come i “santini” che lui aveva tratteggiato.
Non ci si doveva certo annoiare a vivere con il Capitano, come gli piaceva farsi chiamare, tra travestimenti, messe in scena, avventure strepitose tra gli orti sotto casa, trasformati in pezzi di jungla nera. La moglie, che pure era stata una attrice, ne impazzì. Ma questa è un’altra storia.
Insomma, un libro che tutti coloro che hanno amato Salgari – anche solo un pochino – dovrebbero leggere.

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Tutti vogliono possedere la fine del mondo

Zero K di Don DeLillo

Zero K sta per zero gradi della scala Kelvin, lo zero assoluto, la temperatura più fredda che sia possibile raggiungere. E’ a questa temperatura che – almeno nell’immaginario di DeLillo – andrebbero posti i corpi umani destinati al congelamento per poi risvegliarli, un certo numero di anni (decenni, secoli?) dopo, quando le nuove frontiere della scienza e della medicina avranno trovato soluzione ai tanti malanni che affliggono l’uomo. Una sorta di immortalità, se non proprio la sconfitta della morte.

L’idea non è originale. Già ora esistono alcune Società, per lo più americane, presso le quali è possibile farsi ibernare in attesa di tempi migliori e mi pare di ricordare che anche alcuni italiani, necessariamente danarosi, abbiano stipulato un oneroso contratto per ottenere tale servizio. Il problema, pare, sta tutto nei tempi: dal momento del decesso all’inizio del processo di congelamento non possono passare più di due minuti. Invece, nel mondo di DeLillo, la società che si occupa del processo, Convergence, non ha di questi problemi: lì è possibile avviare l’ibernazione anche senza essere morti o, per meglio dire, si può decidere di morire per acquistare questa sorta di immortalità.

E’ quello che capita alla seconda moglie del magnate Ross Lochkart, Artis, sfiancata da una malattia degenerativa, ma dopo poco, lo stesso miliardario la raggiungerà, impossibilitato a vivere senza di lei. Testimone e voce narrante, il figlio di Ross, Jeffrey Lockhart, un uomo ben diverso dal padre, convinto che vivere significhi anche accettare la morte e, perciò, assolutamente contrario alla scelta paterna, anche se non vi si opporrà in maniera ultimativa.

La prima parte del romanzo si svolge nella base segreta di Convergence, in una sperduta landa del Kazakistan: Ross e Jeffrey sono lì per assistere alla “dipartita” di Artis, ma tutta questa parte offre a DeLillo l’occasione per esporre le sue idee sulla vita e sulla morte: “Siamo nati senza sceglierlo. Dovremmo morire nello stesso modo? La gloria dell’uomo non è rifiutarsi di accettare un destino sicuro?”. E’ questa la parte che potremmo definire come la più “fantascientifica” del romanzo, quella che ha fatto storcere il naso ad alcuni critici.

La seconda parte, dopo un brevissimo raccordo in cui DeLillo prova a descrivere lo stato di coscienza sospeso di Artis, si svolge quasi tutta a New York e sembra finalizzata soprattutto a dimostrare quanto Jeffrey sia diverso dal padre: nelle piccole manie del giovane Lockhart, nelle sue idiosincrasie, nel suo desiderio di costringere la realtà attraverso gli oggetti che la compongono, sta tutto lo smarrimento dell’uomo d’oggi, braccato dalla tecnologia, incapace di reggerne tutte le implicazioni, minacciato da un immanente stato di disastro. Per quanto Ross sembra intenzionato a tenere saldamente in pugno la sua vita (e la sua morte), Jeff appare come un “uomo senza forma”, condannato alla vaghezza dei fini e delle motivazioni.

In realtà, lo stesso disaccordo per la scelta suicida del padre non si realizzerà in nulla di concreto e Ross verrà ibernato e incapsulato accanto alla sua amata Artis.

Non mancano pagine di grande fascino. Tutta la parte che si svolge in Convergence è estremamente suggestiva e sottilmente angosciosa: gli immensi corridoi deserti, le porte che non conducono da nessuna parte, gli enormi schermi che emergono dai muri per rappresentare immani catastrofi ma senza sonoro, un’aria rarefatta da clinica zen. Molti gli interrogativi, spesso senza risposta.

Insomma, un buon libro, ma non certo il capolavoro come ci è stato presentato da una parte della critica.

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Un motivo in più per rimpiangere Henning Mankell

Stivali di gomma svedesi di Henning Mankell

L’arcipelago di Stoccolma è il più grande arcipelago della Svezia, con circa ventiquattromila isole di varie dimensioni che si diffondono nel mar Baltico, ad est della capitale Svedese. E’ su una di esse che vive Fredrik Welin, settantenne, medico in pensione che ha deciso di trascorrere in solitudine gli ultimi anni della sua vita, nella casa che era stata dei suoi nonni.
Ma, in una notte d’autunno, Welin viene svegliato da un improvviso bagliore: la casa sta andando a fuoco. Farà appena in tempo a mettersi in salvo, dopo di che resteranno solo macerie fumanti. Non solo non c’è più la casa, ma neppure quello che conteneva: mobili, oggetti, vestiario, suppellettili, ricordi di una vita. Un rapido inventario rende subito consapevole il protagonista del poco che gli rimane: una piccola barca, una roulotte, un paio di stivali di gomma, peraltro, entrambi per il piede sinistro.
E’ così che inizia Stivali di gomma svedesi ed è subito evidente che sarà la solitudine la vera protagonista di questo romanzo di Henning Mankell, pubblicato postumo, a poco più di un anno dalla morte. Non che Welin avesse fatto una scelta di vita “sociale”; già l’essersi rifugiato in una isoletta sperduta la dice lunga sul suo desiderio di ridurre al minimo i contatti con il resto del mondo: lunghe ore a contemplare il mare, brevi puntate a terra per l’acquisto del necessario, fugaci incontri con i pochi abitanti delle isole vicine, ancora più ridotti dalla fine dell’estate, quando molti isolani tornano in città. Ma, ora che è rimasto privo di (quasi) tutto, la solitudine di Welin appare ancora più profonda, così come diventa più disperata la constatazione dell’età raggiunta. Forse per la prima volta, Welin comincia ad avere consapevolezza di essere ormai un vecchio, di appartenere a una generazione che si va sempre più assottigliando, inevitabilmente destinata alla sparizione.
Certo, c’è una figlia da qualche parte del mondo. Ma si conoscono poco e non provano particolare affetto l’uno per l’altra.
Mankell (ma per chi lo conosce non è una sorpresa) è straordinario nel descrivere le giornate dell’ex medico subito dopo l’incendio. Il tentativo di riorganizzarsi, l’uso accorto delle poche cose rimastegli, la cauta ripresa dei contatti con i vicini che hanno partecipato al vano tentativo di spegnimento. Ma questo evento drammatico – e per ora inspiegabile – pare aver depositato una patina opaca anche sui pochi rapporti umani possibili. C’è un’aria di sospetto, lui stesso – ne è ben consapevole – potrebbe essere stato l’incendiario, visto che non si rinvengono tracce di cause naturali o accidentali del gigantesco falò.
L’inverno incalza, l’arcipelago diventa sempre più deserto e la solitudine diventa insostenibile. Fredrik stabilisce un tenue rapporto con la giornalista che ha ricevuto l’incarico di scrivere un servizio sull’incendio; è molto più giovane di lui che, irragionevolmente, immagina di poterla avere come partner sessuale. E ricompare anche la figlia che fa giusto in tempo a comunicargli di essere incinta, per poi sparire di nuovo.
E intanto, si avvertono inquietanti presenze nell’arcipelago e due nuovi incendi, se servono a scagionarlo definitivamente dal sospetto di essere il piromane, non migliorano l’atmosfera di pesante cupezza che grava sulle isole spazzate del vento. Non v’è dubbio che la natura sia l’altro grande protagonista di questo romanzo, una natura spesso inclemente e, tuttavia, capace in taluni momenti, di acquistare caratteristiche di inaspettata dolcezza, una dolcezza a volte abbagliante, a volte crepuscolare.
E così, mentre la morte viene a carpire altre vite nel microcosmo dell’arcipelago, Fredrik Welin ricostruisce lentamente la sua vita. Ora ha maggiore consapevolezza, sa che può ancora aspettarsi qualcosa; soprattutto, ha imparato a convivere con l’dea di una caducità che non è ipotetica ma è lì, insieme a lui, ogni giorno, ogni notte. E pur tuttavia…
Trovo commovente l’dea che Mankell, ormai già condannato dal male quando scriveva questo suo ultimo romanzo, sia riuscito a trasmetterci questo bel messaggio di speranza, splendidamente racchiuso nell’ultimo pensiero di Welin a chiusura della storia: “il buio non gli faceva più paura”.

 

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