Autobiografia, non-fiction, guida letteraria?

Absolutely Nothing, di Giorgio Vasta e Ramak Fazel

 

Sarebbe riduttivo definire Absolutely Nothing come il semplice resoconto di un viaggio. Il bel libro di Giorgio Vasta (e di Ramak Fazel) è molto di più. E’ il racconto di un itinerario dentro uno dei luoghi più tipici dell’immaginario americano, il deserto. E’ la descrizione straniante di un percorso in cui si annullano i confini spaziotemporali, la ricostruzione di una narrazione che mediante il cinema, la musica, la letteratura, attraversa da decenni il mondo occidentale e lo pervade.
Ma procediamo con ordine. Per quindici giorni, Giorgio Vasta, il fotografo americano di origini iraniane Ramak Fazel e Giovanna Silva (chiamata sempre ed esclusivamente con il solo cognome) percorrono ottomila chilometri a bordo di una jeep Chrysler, attraversando California, Arizona, Nevada, New Mexico, Texas e Lousiana. I luoghi sono quelli dell’abbandono, della dismissione, dello sfascio, della rottamazione. Le notti trascorrono in motel dai nomi improbabili, moderatamente puliti, moderatamente economici, moderatamente ospitali: forse, molti di loro oggi non ci sono più.
L’itinerario è preciso: una sorta di repertorio di quello che la civiltà americana ha deciso di escludere dal proprio orizzonte economico e produttivo: ghost town calcinate dal sole, improbabili musei dedicati agli UFO, parchi giochi che arrugginiscono sotto la sabbia del deserto, cimiteri di aeroplani che si sfasciano lentamente. I tre viaggiatori hanno ruoli diversi e complementari. Vasta non vuole sapere, si tiene in disparte, la sua narrazione procede per approcci “laterali”, per considerazioni che, spesso, appaiono avulse dal contesto. Quella che informa è Silva, a furia di iPad sempre a portata di mano e di collegamenti a Wikipedia. Ramak è il tipo simpatico, sbracato e un po’ fuori di testa, l’unico, forse, a dare un senso reale a tutto il viaggio. Ed è con lui che Vasta intrattiene dialoghi che – al di là di una notevole cifra surreale – sono uno dei momenti più godibili del libro.
Penso, ad esempio, alla conversazione sul vero senso del viaggiare: il viaggio per arricchirsi, per incorporare, per prendere come sostiene Ramak. Non si prendono ad esempio le fotografie? Ma Vasta ribalta la definizione. Un viaggio non è una battuta di caccia, né il catalogo di ciò che si riesce ad afferrare; non bisogna essere predatori ma prede: solo la preda conosce davvero.

Poi ci sono gli incontri con i “locali”, personaggi piuttosto che persone, che se ne stanno lì, irrigidite nei propri ruoli, ognuno con la sua storia, la sua memoria, la sua testimonianza, pronti a ripeterle a chiunque voglia ascoltare, sempre uguali, sempre le stesse. Anch’essi incorporati al paesaggio.
A proposito dell’essere prede non si può non fare un veloce riferimento ad un’altra presenza che incombe un po’ su tutto il viaggio: la famiglia antropofaga. Un uomo, una donna, due bambini, un vecchio (forse il nonno?) che ci spiano da lontano, che aspettano, pronti a colpire e a cibarsi delle nuove prede umane (noi), in un trionfo di orrore e di splatter. Non appariranno mai, ma sono sempre stati sullo sfondo.
C’è ancora da dire che il libro procede secondo un suo andamento. Una sorta di diario cronologico si dipana giorno per giorno, ma non bisogna fidarsi troppo. Ad intervallare, ci sono le conversazioni via Skype tra Vasta e Ramak, effettuate anche ad una anno dalla fine del viaggio. E poi c’è anche una finta fine: ok siamo ad Houston, da lì parte l’aereo che ci riporta a casa…e poi tutto ricomincia da capo, ripercorrendo strade già calpestate o svelando episodi nascosti, come un’incursione illegale dietro il confine messicano.
Le foto, purtroppo, sono insoddisfacenti. Sia quelle in bianco e nero che punteggiano il testo, sia, in appendice, quelle a colori di Ramak sono troppo piccole per offrire davvero sostegno alla narrazione. Ma, forse, è giusto che sia così se è vero che Vasta, nel corso di tutto il viaggio e della sua narrazione non ha fatto altro che cercare, programmaticamente, di sabotare le forme oggettive del racconto dei fatti.

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