A suo modo un romanzo di formazione

Pedro Felipe di Emanuele Tirelli

 

 Devo dire che di questo libro intriga, di primo acchito, la copertina: una barchetta di carta che naviga su onde parimenti di carta. Ma non è una carta qualsiasi. E’ una carta vissuta, usata, su cui sono scritte delle parole, in un bel corsivo, come quello che una volta si imparava alle scuole elementari. Alcune di queste parole si riescono anche a decifrare. Sarebbe interessante verificare se si tratta di frammenti estratti dal romanzo, ma è una sterile curiosità la mia.

Tirelli va subito al sodo e comincia così: “Mi chiamo Pedro Felipe, come il protagonista di una canzone di Rino Gaetano”. La canzone, aggiungo io, si intitola Sombrero, sta nell’album E io ci sto ed è del 1980.

Comincia così la narrazione di Pedro, una narrazione che dura tutta una vita – o, almeno, dall’infanzia alla maturità –  e si sposta dalla Spagna a Milano e poi, dopo alcuni anni, di nuovo in Spagna, nel mitico quartiere del Polve, luogo immaginario e trasfigurato dal ricordo.

E’ lì, nel Polve, colorato e profumato, che Pedro Felipe muove i primi passi, figlio di emigrati italiani, ed è da lì che sarà costretto a staccarsi, a sette anni, quando la malattia della nonna costringerà tutta la famiglia a rientrare a Milano. Un distacco doloroso, come sempre quando le nostre radici vengono bruscamente recise. Ma – e qui emerge una delle caratteristiche di Pedro che, col passare del tempo si andranno meglio precisando – lui si adatta abbastanza bene a questo sradicamento. Certo, il Polve resta sullo sfondo, si arricchisce sempre più dei colori del desiderio e del mito, ma nulla impedirà a Pedro Felipe di vivere la sua vita, di studiare, di crescere, di avere i suoi amici, di innamorarsi. E non sarà certo un caso che la ragazza prescelta, Claudia, sia la figlia del Muchacho, uno spagnolo dal passato misterioso, proprietario di un bar in cui Pedro respira un po’ l’aria del paese che tanto ama. Ma ora che gli studi sono terminati è anche possibile ipotizzare un ritorno nel Polve, insieme al suo amore, per iniziare finalmente una nuova vita.

E tuttavia, una volta ritornato, Pedro Felipe si accorge che niente è così bello e fantastico così come lo aveva ricordato per anni: è come se un po’ del grigiore di Milano si fosse trasferito in Spagna o, ancor meglio, come se il protagonista fosse marchiato da un disagio che lo segue ovunque vada.

Ed è forse questo disagio che gli fa affrontare la nuova vita, tanto desiderata, con un che di neghittoso, che gli impedisce di intraprendere nuove attività, nuove iniziative. Mentre Claudia, la sua donna, appare marciare come un treno nella sua nuova realtà, lui vivacchia, lavoricchia, come una sorta di pensionato <i>ante litteram</i>, si compiace di fare il “casalingo”. E, ciò che è peggio, si lascia irretire nelle trame della famiglia malavitosa di don Jaime, vecchia conoscenza del Muchacho, immergendosi in silenzi sempre più colpevoli. Tanto, alla fine, eseguendo qualche innocuo compito, non succede nulla di male. Si conferma, qui, l’idea che già da un po’ ci eravamo fatti di Pedro Felipe: un uomo senza qualità, un antieroe, uno che “si adatta”, una persona sostanzialmente irrisolta.

Non che Pedro sia privo di una vita interiore e di una serie di aspettative, ma è tutto sopito e mediato dal desiderio di non “mettersi di traverso”, di lasciare andare. Tirelli è bravissimo nel costruire, negli anni, il suo personaggio, così come è abile a fornirci una serie di piste che potrebbero portare alle motivazioni profonde del suo eroe alla rovescia. Forse il senso della morte (la nonna, la zia e, in futuro, chi sa chi altri), forse un malcelato egoismo che lo induce al silenzio, anche quando sarebbe opportuno aprirsi; forse la presunzione di sapere governare gli eventi quando, in realtà, non sa neppure come gli siano capitate le poche cose belle della vita.

Con un andamento, a tratti teatrale – Tirelli è anche autore di teatro – la vicenda si dipana venata da sottile ironia e arricchita da qualche colpo di scena che ci avvicina lentamente all’epilogo, quando Pedro Felipe sembra prendere coscienza dell’ambiguità in cui ha sempre vissuto e recuperare in pieno il senso della vita, nel bene e nel male. Non ci si può sottrarre al dolore, ma non c’è nulla di male a desiderare di essere felici.

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1 Commento

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Una risposta a “A suo modo un romanzo di formazione

  1. Mi hai fatto venir voglia di leggerlo. Lo farò senz’altro. E, visto che ho una libreria per ragazzi, lo promuoverò tra i lettori giovani/adulti.

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