Storia di una paranoia

Io sono vivo, voi siete morti, di Emmanuel Carrère

 

Ero davvero impaziente di leggere la biografia di Philip K. Dick scritta da Emmanuel Carrère nel 1993, tradotta in italiano due anni dopo e praticamente introvabile, fino a questa nuova edizione dell’editore Adelphi. La mia impazienza nasceva anche dalla mia passione per Dick – ho praticamente letto tutta la sua opera omnia, anche grazie a Fanucci che l’ha pubblicata integralmente, compresa la famosa Esegesi – e dal grande fascino che lo scrittore americano aveva sempre esercitato su di me, sin dai tempi dei primi Urania e prima ancora che la trasposizione filmica di alcuni suoi romanzi lo rendessero noto al grande pubblico.

Sapere che Carrère, altro scrittore che ammiro molto, si fosse a sua volta fatto ammaliare da Dick in gioventù e ne avesse addirittura scritto la biografia mi riempiva di curiosità e di entusiasmo. Ne avevo trovato una versione in formato pdf, ma era fatta molto male e di difficile leggibilità. Ed ecco, finalmente, che Adelphi arriva con la cavalleria, le trombe della carica e le bandiere che sventolano: Io sono vivo, voi siete morti, una nuova traduzione, bella edizione, alta leggibilità. Ed ora che dire?

Forse apparirò riduttivo dopo tanto entusiasmo iniziale ma, direi: nulla di nuovo o, almeno, nulla che la biografia  dickiana di Lawrence Sutin non ci abbia già detto. E’ pur vero che la vita di Dick raccontata da Carrère (avete presente Limonov ?) fa un altro effetto. Lo scrittore francese racconta la vita di quest’uomo con quello stile che gli è proprio: lucido, preciso, intrigante, denso di riferimenti e di aneddoti, piano e – perchè no? – anche con qualche colpo di scena. La personalità di Dick emerge in maniera prepotente e non è detto che sia un bello spettacolo. Mi chiedo quale sforzo fosse necessario per essere suo amico, quali doti di sopportazione si dovessero possedere per stargli accanto e sopportare le sue fobie, i suoi sospetti, le sue manie, le sue vere e proprie follie. Ancor di più se fossimo stati una donna che avesse suscitato in lui un minimo di interesse, fisico ed intellettuale.

Carrère è bravo soprattutto nello spiegare in quale clima culturale e, soprattutto, in quale fase speculativa siano nate alcune delle sue opere più significative e che maggiormente hanno illustrato il suo pensiero. Ne cito solo alcune: La svastica sul sole, Ubik, Ma gli androidi sognano pecore elettriche?, Le tre stimmate di Palmer Eldrich. E’ qui, ma anche in altri romanzi, che Dick affronta i temi che più lo ossessionano: realtà e finzione, uomo e simulacro e, soprattutto, l’idea, la certezza, che sia in atto un enorme complotto, iniziato duemila anni fa, e che lui, unico tra tutti, non sia in grado di conoscere appieno.

Certo, deve essere davvero terribile vivere nella certezza di essere spiato, manipolato, sottoposto a realtà virtuali. E  l’uso di droghe e di farmaci – di ogni tipo e specie – certamente non aiutano. Aggiungeteci una crisi mistica, di quelle importanti, ed il ritratto è quasi completo. Per completarlo del tutto bisogna aggiungere cinque mogli, un rapporto compulsivo con le donne, un desiderio inesausto di piacere e di essere accettato, forse il compiacimento per l’immagine di buon fricchettone che si andava via via costruendo.

Carrère non indugia molto sul desiderio costantemente inappagato di Dick di essere considerato uno scrittore tout court e non un “semplice” scrittore di fantascienza e liquida velocemente la sua produzione mainstream. In fondo è giusto che sia così. Non è per quei libri, un po’ scialbi e vuoti che lo ricorderemo. Ma per le sue ossessioni, la paranoia, le visioni, le grandi costruzioni mentali e l’essere, alla fine, lui che era un omone grande e grosso, in balia di forze compulsive ben più forti di lui. Ma che ha saputo raccontarci.

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