Una lenta morte da conformismo cronico

Mrs Bridge, di Evan S. Connell

Ho letto molti commenti entusiastici di questo libro di Evan S. Connell, pubblicato nel 1959 ed ora riproposto ai lettori italiani come un capolavoro della letteratura statunitense, un libro di culto, così come di culto ci viene presentato l’autore, per molti versi paragonato a John E. Williams e al suo libro più famoso, Stoner, uscito solo sei anni più tardi, nel 1965.
Se avessi cominciato a scrivere questa mia breve recensione subito dopo aver terminata la lettura, probabilmente i toni sarebbero stati maggiormente elogiativi, mi sarei lasciato prendere dalla prosa indubbiamente affascinante di Connell e, influenzato dal suo femminismo ante litteram non avrei potuto che associarmi al coro encomiastico che ha accompagnato la riedizione del volume. La signora Bridge, effettivamente, fa rabbia e tenerezza, così subalterna, sottomessa, incapace di gestire la sua vita e quella dei suoi familiari. Ed appare infinitamente triste la sua esistenza che trascorre così, inconsapevolmente, in questa città di Kansas City, emblema della mediocrità del sogno americano nei decenni che precedettero la seconda guerra mondiale.
Il libro è scritto benissimo. Brevi capitoletti, alcuni addirittura di poche righe, agghiaccianti nella loro semplicità, ognuno con il suo titolo, a costruire il mosaico di una vita attraverso i mille episodi che, alla fine, ne costruiranno la rappresentazione plastica, nel bene e nel male. E, a dare la cifra caratterizzante il tutto, la mancanza di senso, il vuoto, il senso di smarrimento.
Povera Mrs Brige! viene voglia di esclamare, assistendo ai suoi vani tentativi di capire, di contare qualcosa, di esprimere il proprio disagio, di farsi ascoltare dal marito e dai figli. Ma è davvero “povera” Mrs Bridge? La domanda sorge spontanea, non solo pensando al suo tenore di vita tutt’altro che modesto ma, soprattutto, al sistema di relazioni nel quale è comodamente inserita, pronta a godere di tutti i vantaggi che le offre il suo stato: il club, lo shopping, i ricevimenti, i viaggi. Il tutto accompagnato da moralismo, conformismo e, perché no, anche da una punta di razzismo.
Insomma, detto brutalmente: ma che vuole questa signora Bridge? E’ ricca, ha un marito, grande lavoratore, che la ama e la ricopre di regali, ha tre bei figli che lei tenta di educare (per fortuna senza riuscirci a pieno) nel perbenismo e nel culto delle apparenze. E si permette di avere qualche disagio? Sente che le manca qualcosa? Ma andasse al diavolo!
E tuttavia, non si può non provare tenerezza per la signora. Che fino alla fine non rinunzia alle sue caratteristiche di beata inconsapevolezza, anche ora che, vedova e con i figli lontani, potrebbe avviare un tardivo percorso di emancipazione. L’ultima scena è disarmante e terribile: Mrs Bridge esce con la sua grande macchina per il solito shopping, ma il motore si spegne proprio mentre lascia il garage. L’auto non riparte malgrado i tentativi, anzi, si ingolfa definitivamente. Ma si è fermata proprio all’altezza dell’ingresso e, pertanto, le portiere non si possono aprire: la signora Bridge è bloccata, fa un timido tentativo di chiamare aiuto, ma capisce ben presto che nessuno la udirà. E resta lì, in attesa non si sa di che cosa. Non si sa fino a quando.
09/05/16

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