Una mera operazione commerciale

Quello che non uccide, di David Lagercrantz

Devo confessarlo. La mia prima reazione nell’apprendere che la saga di Millennium sarebbe continuata con un quarto volume ad oltre un decennio dalla morte di Stieg Larsson, è stata assolutamente negativa. Ancor più mi ha irritato conoscere i dettagli dell’operazione: nessun lavoro di ricostruzione a  partire dai materiali che pur Larsson aveva lasciato, nessun coinvolgimento della compagna di Larsson stesso, Eva Gabrielsson, che gli era stata accanto per oltre un trentennio e che la morte prematura e improvvisa dello scrittore aveva tagliato fuori da ogni riconoscimento, non solo giuridico ma anche di immagine, visto che gli aveva fatto da collaboratrice e da editor per tanti lunghi anni.

Gli accordi dell’editore per questo nuovo libro erano stati presi con i familiari di Larsson, quegli stessi che l’autore non amava e che invano aveva tentato di diseredare e la stesura affidata ad uno scrittore che non utilizzava nessun “reperto larssoniano”, ma componeva ex novo, limitandosi ad utilizzare personaggi e strutture relazionali consolidate. Chi era questo David Lagercrantz? Non deponeva certo bene il fatto che il libro più celebre per il quale era conosciuto fosse la biografia di un calciatore! Da qui la decisione: non lo leggerò, non lo comprerò.

Ma poi ha prevalso la curiosità. Almeno volevo avere serie argomentazioni per parlarne male. E, in parte, le ho avute.

Intanto – e sto ancora riflettendo sul perché, al di là delle più facili ed evidenti motivazioni – Lagercrantz non è Larsson. Il “prosecutore” ce l’ha messa tutta ma non è riuscito a conferire alla narrazione quel ritmo, quella precisione “documentaristica” (non per nulla si racconta una storia che ha come protagonista un giornalista d’inchiesta) che hanno caratterizzato i primi tre <i>Millennium</i>.

I tre personaggi più  famosi, Lisbeth Salander, Mikael Blomkvist, Erika Berger, appaiono stereotipati e ripetono meccanicamente  i modi d’essere e i rituali con cui Larsson li aveva caratterizzati: non c’è un guizzo, un elemento di novità, un briciolo di pathos. Si potrebbe obiettare che, in fondo, sono fedeli agli originali, ma proprio di questo si tratta, di una copia fedele, senza che emergano evoluzioni. E chi ha letto la trilogia converrà che tra Uomini che odiano le donne e La regina dei castelli di carta si nota evidente il processo di crescita dello scrittore e delle sue creature. Basti pensare, ad esempio, alla evoluzione del personaggio di Lisbeth Salander.

La storia strizza l’occhio ai problemi che recentemente hanno destato l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale: lo spionaggio informatico su scala planetaria, il ruolo discutibile di grandi agenzie come la NSA, il tentativo di zittire, anche con la violenza, chi ha osato rivelare le malefatte delle grandi potenze, vedi  wikileaks, Assange e così via. E poi, un po’ di passato che ritorna, il che non fa mai male. Certo, non si è potuto resuscitare Zalachenko, ma la figlia supercattiva ha agevolmente preso il posto del padre, insieme ai bruti del Moto Club Svavelsiö,  di trista memoria.

Insomma una bella miscela condita con computer quantistici, algoritmi, hacker stellari e un bambino savant che è , forse, la migliore invenzione del romanzo. Dimenticavo di aggiungere che ci sono tutte le premesse per passare a Millennium 5 e poi via via, fino allo sfinimento. Del lettore, naturalmente.

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