Verità e finzione, storia e memoria…e i conti mai fatti col franchismo

L’impostore, di Javier Cercas

Della vicenda di Enric Marco – falso perseguitato del regime franchista, falso deportato nei campi di concentramento nazisti, falso resistente e ancor più falso eroe di ogni battaglia per la libertà – si sa ormai quasi tutto. Troppo scalpore fece all’epoca la scoperta di tutte le sue menzogne, ad opera di uno storico dilettante,e non solo in Spagna, per cui credo superfluo, in questo breve commento, dilungarmi sui meri fatti che, peraltro, Cercas, racconta in maniera inarrivabile, come è caratteristico del suo stile minuzioso e documentatissimo. La vicenda di Marco viene esposta con una ricchezza straordinaria di particolari, anche a testimonianza del lungo e complesso e lavoro compiuto dallo scrittore nell’individuare le fonti, le persone, i testimoni, nell’interrogare a lungo lo stesso Marco. Assistiamo così, in presa diretta, alla lenta gestazione del libro, alle lunghe esitazioni dell’autore prima di scriverlo, ai molti dubbi, alle profonde incertezze generate anche dallo stretto contatto con lo stesso protagonista, un uomo che con le sue molte sfaccettature sfuggevoli sembra fatto apposta per infondere una istintiva chiusura e repulsione.

Ma, come scrivevo pocanzi, non è di questo che qui vorrei parlare. Mi piacerebbe, invece, sottolineare un paio di aspetti che emergono prepotenti dalla pagine di Javier Cercas. Il primo riguarda, a democrazia raggiunta, i conti che gli spagnoli hanno fatto con il franchismo. Anzi, sarebbe più corretto dire, i conti che “non” hanno fatto. La sconfitta dei repubblicani, alla fine della guerra civile, aveva posto una cappa di piombo, un macigno enorme sulla vita politica, culturale e sociale della Spagna. La vittoria del franchismo era stata totale e, come si suol dire, non erano stati fatti prigionieri. I pochi brandelli superstiti di una resistenza vinta e avvilita morivano lentamente nelle carceri del regime o erano esuli per il mondo; la stragrande maggioranza dei cittadini obbediva e taceva, malgrado la <i>garrota</i> continuasse a spezzare giovani vite. Alla morte di Franco, all’instaurarsi di una timida democrazia, ci si sarebbe potuto aspettare una fase di revisione dei terribili anni passati: eppure nulla di tutto questo. Sembrava, anzi, che nessuno avesse voglia di guardare a quel periodo, dominando un complesso sentimento di vergogna per la troppa acquiescenza dimostrata. Quindi, non solo il franchismo continuava ad essere ancora presente in tanti e importanti gangli dello stato spagnolo, ma nessuno desiderava misurare le proprie colpe, anche se si era trattato solo di codardia, di complici silenzi, di vile opportunismo in nome del quieta vivere. Ecco allora spiegato uno dei motivi perché la figura di Marco, indomito resistente, uomo che non si era mai piegato, che non aveva mai cantato nel coro, era assurta  a fama nazionale senza che si facessero troppe domande. Mentre tanti obbedivano, Marco lottava nella clandestinità, veniva imprigionato, non si piegava, fuggiva all’estero da dove continuava a lottare. Tutto falso naturalmente. Ma anche grazie alla sua abilità di condire le molte menzogne con qualche piccola verità, fu subito creduto, fino ad assurgere al ruolo di icona della libertà e rivestire il ruolo di segretario dell’importante sindacato anarchico, la CNT.

Ma il passaggio ulteriore, quello che lo porterà a diventare il testimone dei sopravvissuti ai lager nazisti, ci offre un ulteriore spunto di riflessione: il rapporto tra storia e memoria. E qui, forse, la suggestione non è solo spagnola. Certo, rispetto a questo problema, Italia e Spagna divergono di molto. Alla fine della seconda guerra mondiale la Spagna non fu attraversata da quella ventata di libertà che pervase quasi tutta l’Europa e non si creò proprio quel clima di riverente memoria che da noi subito circondò i sopravvissuti all’orrore nazifascista. Se ne parlò poco o nulla, gli stessi confini storici e drammaticamente umani dell’Olocausto non erano completamente noti  e, anche qui, una volta avviato il processo di democratizzazione dopo Franco, la memoria prevalse sulla storia. Ma si tratta – e il discorso vale anche per il nostro paese – di due cose diverse e non intercambiabili, a pena di gravi distorsioni.

Mi fermo qui, ma invito a leggere il libro, che  – come spero di aver suggerito – si presta a numerose e interessanti considerazioni.

Per quanto riguarda, in particolare, la vicenda di Enric Marco, sgombro subito il campo esprimendo il mio giudizio assolutorio. Marco, per anni, ha girato per le scuole, ha parlato a migliaia di persone, le ha galvanizzate, ha infuso in loro i valori della libertà, della giustizia, della solidarietà. E nel fare ciò non mentiva. Le sue parole erano perfettamente condivisibili, hanno gettato semi che spesso hanno dato splendidi frutti. Poi si è scoperto che era un impostore, ma ha detto, ciononostante, cose importanti e giuste.

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