Un capolavoro del Novecento

La tregua di Mario Benedetti

Ricordo ancora quando – molti anni fa, ahimè – lessi Grazie per il fuoco di Mario Benedetti. Se non sbaglio si era nel periodo a cavallo tra i ’60 e i ’70 e il romanzo dello scrittore uruguayano, un’impietosa descrizione del degrado sociale e morale di quel paese, mi colpì molto. Da allora non mi era più capitato di leggere nulla di Benedetti, anche se mi giungevano sporadiche notizie della sua produzione e della sua vita, prima da esule, poi da scrittore laureato.

Ora, inaspettatamente, scopro in libreria una nuova edizione di La tregua –  per cui ringrazio la casa editrice Nottetempo – e, di colpo, ritrovo una atmosfera, una scrittura, un ritmo narrativo che tanto mi avevano colpito anni fa.

La storia è di una semplicità estrema. Un uomo, il protagonista, un impiegato alla soglia dei cinquanta, vedovo con tre figli, vicino ormai alla pensione (altri tempi e un altro paese), attende con impazienza la data d’inizio di questa fase di ozio, convinto che la vita non possa offrirgli più nulla e più nulla lui possa compiere di rimarchevole. Ma nel suo ufficio giungono tre nuovi colleghi e, tra questi, una ragazza ventiquattrenne, Avellaneda (la chiamerà sempre con il cognome), quasi coetanea dei suoi figli. E di costei, Martìn Santomé – questo il nome del protagonista – si innamora perdutamente. Il libro, scritto in forma di diario, narra proprio di questo sentimento che nasce e si sviluppa inarrestabile, dando nuova vita ad una esistenza che si era già incamminata per la via del tramonto e della rinunzia. E’ un amore clandestino, non perché Santomé abbia qualcosa da nascondere, in fondo è un uomo libero, ma perché la grande differenza d’età lo sgomenta, lo impaurisce, lo fa dubitare di sé, della capacità di offrire ad una donna giovane e graziosa quel futuro di tenerezze e di attenzione che ella meriterebbe.

Benedetti è straordinario nell’esplorare l’animo di quest’uomo – una persona perbene, diremmo in contesti piccolo borghesi – che sa leggere le minime sfumature, che si interroga senza infingimenti, che impara a godere di piaceri minimi, ma non si arresta quando gli si offre l’opportunità di godere appieno di questo amore inatteso e così gratificante.

Ma sa bene, il buon Martìn, che quella che sta vivendo è una tregua, una sorta di armistizio concessogli da un destino che, in linea di principio, non è mai giovevole agli uomini. Non lo sarà nemmeno per lui. Purtroppo, una volta persa anche questa insperata felicità, non ci sarà per lui la tranquilla disillusione cui in qualche modo si era già abituato, ma una gelida disperazione cui più nulla, neppure il ritrovato amore dei figli, potrà strapparlo.

Un capolavoro del ‘900, l’opera di uno dei più importanti scrittori sudamericani – siamo ai livelli di Borges, Neruda, Paz – che Nottetempo ci ripropone in questa nuova edizione. Un romanzo sul tempo  che ci lascia affascinati e dolenti.

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