A Camilleri si perdona (quasi) tutto

La targa di Andrea Camilleri

Ogni tanto Camilleri ci fa di questi scherzi. Manda in libreria un librettino di poche pagine (peraltro stampato a grandi caratteri), spesso già pubblicato da qualche altra parte: un giornale, una rivista, una pubblicazione qualsiasi. L’editore, per presentare un numero di pagine decente, aggiunge (o pospone) una pre/postfazione ed il gioco è fatto.

I lettori – che a Camilleri vogliono bene – stanno al gioco e corrono in massa a comprarlo, tant’è che, come ho avuto modo di constatare, La targa è già ai primi posti nelle classifiche di vendita.

Una “classica” storia di Camilleri, nella Vigata fascista, una storia che, per essere precisi, prende l’avvio proprio il giorno in cui Mussolini annunzia trionfalmente agli italiani l’entrata in guerra al fianco dell’alleato nazista. Ma un guastafeste, uno appena tornato dal confino, incrina drammaticamente il clima di incosciente gaiezza che alberga nei cuori dei vigatesi, giungendo fino a provocare la morte (a causa di un colpo apoplettico) del concittadino più fascista dei fascista, un “marciatore” della prima ora, una faro per i giovani del paese.

A questo punto si entra nel vivo della storia. Nel mentre si cerca di trovare la giusta imputazione (omicidio?) per chi, anche se solo a parole, aveva provocato la morte di Emanuele Persico (questo il nome del fascistissimo), ci si spende per salvaguardare il futuro della giovane vedova con una pensione privilegiata e per apporre una targa a perenne ricordo dell’eroe fascista.

Ma qui cominciano i guai: quando si scoprirà che le vaghe allusioni dell’ex confinato avevano un fondamento più che solido e che il Persico più che un eroe era stato un bugiardo ed un opportunista.

Man mano che la verità si fa strada, la targa subirà successive modifiche ed è la storia di questa “evoluzione” toponomastica il vero cuore del racconto.

Una storia del trasformismo italico oltre che dell’opportunismo fascista che, dietro fiumi di retorica, nasconde i soliti, tristi interessi di bottega.

La lingua di Camilleri è splendida, il suo siciliano migliore è quello che dedica soprattutto ai romanzi storici. E così, alla fine, gli perdoniamo la bieca operazione commerciale.

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