Emmanuel Carrère: un non credente per finta

Il Regno di Emmanuel Carrère

Per la prima volta, contravvenendo ad un mia radicata abitudine, avevo deciso – terminata la lettura de Il Regno, di Emmanuel Carrère – di non scriverne nulla. Il libro mi aveva molto irritato (e anche molto deluso) e il non scriverne mi sembrava una (puerile, lo so bene) forma di rivalsa verso un scrittore troppo ammalato di egocentrismo e, quindi, troppo centrato su se stesso.

Ma poi qualcosa mi ha fatto cambiare idea. Si tratta di una stroncatura (e, fin qui, mi sta anche bene) che attacca Carrère in quanto “non credente”. E’ mai possibile, si chiede il recensore, che i  non credenti si affannino intorno alla questione della fede e della rivelazione? Perché non si mettono l’anima in pace  e si rassegnano a parlare d’altro? Che si facciano gli affari loro!

Ma, attenzione, non è soltanto una rivendicazione di copyright, una sorta di esclusiva che i credenti pongono sulle “loro” cose (e ne hanno tutto il diritto), quanto la pretesa, neppure tanto celata, di ritenere che coloro che dichiarano di non appartenere alla “parrocchia” siano, forse inconsapevolmente, attratti dal loro credo, dai loro riti, dall’immenso ambaradan che si è andato costruendo nel corse di oltre duemila anni. E quindi Carrère, ancorchè non credente dichiarato, tranne che per un breve triennio – ci tiene a ribadirlo infinite volte nel corso del libro – sarebbe in qualche modo affascinato dalla figura di Gesù Cristo e da quelle dei suoi primi compagni, fino a scriverne per oltre quattrocento fitte pagine. A scriverne male, naturalmente, e da qui la critica negativa.

Ora, questa posizione, sicuramente irritante, come tutte quelle di chi si autoattribuisce patenti e governa arbitrariamente legittimazioni, esprime, inoltre, la presunzione di conoscere le vere motivazioni di chi si accosta alle cose della fede pur non avendone diritto. Molto banalizzato il discorso è questo: per il solo fatto di scrivere (o parlare) del cristianesimo tu ne sei attratto, perché, dentro di te ne riconosci la verità e la valenza universale. E ciò è più vero, quanto più ti affanni a precisare la tua condizione di ateo o, almeno, di non credente.

Poi, nel caso di specie, viene la critica al libro: autoreferenziale, solipsistico, a volte troppo confidenziale, furbo e chi più ne ha più ne metta. E poi, per soprammercato,  ci sono le due paginette porno…

Ma Il Regno è davvero il libro di un non credente irresistibilmente attratto dalla fede? Ebbene, io credo proprio di no. Carrère, alla luce delle cose scritte, del modo in cui le ha scritte, appare perfettamente inserito nel contesto religioso, ad onta delle sue presunte posizioni agnostiche. E’ una questione di approccio, di tono, di sfumature. Il fatto stesso di averne scritto, di aver pensato ad un libro che per non poche pagine guarda a quel cristianesimo delle origini che, spesso a sproposito, viene considerato il “vero” cristianesimo, una prima forma di socialismo in fieri, è significativo. Lui scrive dal di dentro, non dal di fuori.

La vulgata è quella di uno scrittore (Carrère) che si confronta alla pari con un altro scrittore di duemila anni fa (Luca): troppo facile, perfino sospetto. A me sembra tutta una operazione editoriale, non poco furba che, non a caso, è stata accolta positivamente dagli ambienti cattolici più “scafati”. Gli integralisti, quelli che rivendicano la privativa, sono un altro discorso.

Per respirare un po’ di aria pura toccherà andarsi a rileggere Dio non è grande di Christopher Hitchens o i capitoli dedicati alla nascita del cristianesimo in Storia della filosofia occidentale di Bertrand Russell.

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