Sette storie nevrotiche all’ombra della Reggia di Caserta

Questa casa non è una reggia, di Jessica Arghimenti

Sette racconti da leggere con calma, recuperando quella lentezza che i tempi moderni ci hanno irrimediabilmente sottratto. E’ questo il modo migliore per avvicinarsi a Jessica Arghimenti e al suo universo, che solo attraverso una lettura rilassata – oserei dire flemmatica – sfugge a un che di nevrotico che pure sottende l’intero testo.

Perché non v’è dubbio che i sette racconti che compongono Questa casa non è una reggia mettono a nudo comportamenti variamente compulsivi che solo la sapienza narrativa ci restituiscono in una dimensione di accattivante “normalità”.

Ed è, appunto, una lettura lenta, che ci fa assaporare ogni passaggio, ogni sfumatura e , a suo modo, ci coinvolge e ci intriga.

Sullo sfondo di una Caserta leggermente iperrealista i personaggi si muovono con allarmante normalità, ma per fini che pertengono al nevrotico  che è in ognuno di noi.

Penso alla signora che  percorre su e giù viale Carlo III per raggiungere il centro commerciale, facendo lo slalom tra lavavetri e venditori di fazzoletti e così raggiungere il negozio ove potrà arricchire di nuovi ciondoli il suo braccialetto. Si intravedono, dietro la signora, un marito, dei figli, un lavoro, lo scadenzario di una ordinaria vita borghese, ma tutto ciò è congelato nelle nebbie dell’inconsistenza. E’ in quei ciondoli di argento, di vetro, di perline, nel loro tintinnio, nel loro scivolare lungo il braccialetto, la vera vita, quella per cui vale la pena   di sbattersi in su e in giù lungo il “vialone”.

E così, mutatis mutandis, per le altre storie. Da quella di Anna, praticamente vampirizzata dalla sua domestica ucraina, a quella di Michela, non inerme vittima dell’amica Alida, donna dallo shopping compulsivo.

Una segnalazione a parte dedicherei a Menù casertano. E’ il racconto più breve, la storia di un pranzo (o una cena?) finito male con la protagonista, Cecilia, regredita a livello semianimale (Ballard?).

Vale davvero la pena leggerli tutti. Anche perché – non ne ho ancora parlato finora – Jessica Arghimenti  scrive davvero bene. Il tratto è gradevole, spesso ironico, non privo di vere finezze lessicali che conferiscono ai momenti umoristici (non mancano) una sorta di distacco anglosassone. Un vero esercizio di finezza che non può lasciare indifferenti.

Vorrei, inoltre, segnalare un aspetto che mi è subito saltato agli occhi e che, a mio giudizio, è estremamente importante per una giovane autrice: ha saputo tenersi lontana dal “come eravamo”, tentazione e abisso di tanti scrittori esordienti.

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